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Omelia nella Solennità del Natale di N.S. Gesù Cristo
Cattedrale di Pitigliano, 25 dicembre 2014
1.“Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme" (Is 52). Questo invito lo troviamo nella seconda parte del libro del profeta Isaia, dove si preannunzia il ritorno a Gerusalemme dei giudei esuli in Babilonia. L’evento viene preannunziato con l’immagine di un messaggero che, correndo sui monti, porta a Gerusalemme il lieto messaggio del ritorno degli esuli (v. 7). La bellezza di questo messaggio viene proiettata sui piedi stessi del messaggero, piedi che gli permettono di raggiungere velocemente la Città Santa. Il messaggio che egli porta ha per oggetto la salvezza che si attua mediante un nuovo esodo non più dall’Egitto, ma da Babilonia. E la salvezza coincide con la Pace, la Pace messianica che significa prosperità, gioia e viene attribuita al fatto che Dio regna. Dio riaggrega un popolo disperso in una terra straniera, unendolo nuovamente a sé e riconducendolo nella sua terra.

2. Le sentinelle, poste a custodia della città, prorompono di gioia e lanciano forti grida perché vedono l’arrivo degli esuli. Alla gioia delle sentinelle fa eco quella della Città Santa, di cui sono rimaste solo delle rovine (v. 9). Il profeta immagina che queste rovine cantino di gioia perché Dio ha consolato il suo popolo, gli ha tolto l’afflizione prodotta dall’esilio e ha riscattato  Gerusalemme; le ha dato nuovamente il privilegio di essere il luogo in cui Dio abita in mezzo al suo popolo. Questo invito è rivolto ad un popolo che non stava vivendo un momento facile. Rientrato dall’esilio, si trovava di fronte un paese in rovina: dal punto di vista economico, istituzionale, politico, morale e religioso. Isaia rivolge questo invito "perché il Signore ha consolato il suo popolo"!

3. Nella  Sacra Scrittura quando si parla di "consolazione" non si dà a questa parola il significato che ha nel linguaggio corrente; in esso la consolazione si riduce all’invito a convivere psicologicamente con le proprie miserie, tutto sommato  a rassegnarsi. Nella Bibbia "consolazione" dice intervento di Dio stesso, intervento che cambia realmente la condizione della persona o del popolo. Il profeta  esorta, invita le rovine di Gerusalemme – il popolo cioè spiritualmente ridotto in macerie – a prorompere in canti di gloria, perché ha la certezza che Dio è intervenuto, e sta intervenendo per ricostruire il suo popolo. E può sentire coloro che vegliano sulla città, gridare di gioia "poiché vedono con i loro occhi il ritorno del Signore in Sion". Nella recente Lettera ai cristiani d’Oriente (23-12-2014) il Santo Padre Francesco scrive loro e dice: “nell’imminenza del Santo Natale, sapendo che per molti di voi alle note dei canti natalizi si mescoleranno le lacrime e i sospiri. E tuttavia la nascita del Figlio di Dio nella nostra carne umana è ineffabile mistero di consolazione”.

4. E’ meraviglioso accogliere questa pagina del profeta Isaia come anticipazione dell’ avvenimento che oggi celebriamo! Dio è entrato nella nostra storia come uno di noi, Dio ha consolato il suo popolo. All’inizio di questa celebrazione abbiamo pregato così: "in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti".. Le rovine di cui parla il profeta sono in realtà le rovine dell’umanità nel suo insieme e di ciascuno di noi individualmente preso. Persona umana e contesto socioculturale hanno, oggi in particolare, bisogno di essere rinnovati, ricostruiti. Nella Sacra Scrittura Gerusalemme spesso è simbolo dell’umanità intera. Gli eventi che sono sotto i nostri occhi e i guai di cui facciamo quotidiana esperienza ci inducono a pensare che sia assai appropriata alla società dei nostri tempi e alla nostra stessa esistenza l’immagine delle "rovine".

5. Pur non abbandonandoci  ad una visione pessimistica e depressiva, non possiamo fare a meno di riconoscere che le "rovine" sono gravi e molteplici: le guerre  non finiscono mai, la miseria, la fame, la sete e la mancanza di cure adeguate per gran parte della famiglia umana; i crimini quotidianamente commessi nelle nostre strade; il dilagare della corruzione pubblica e privata; la mancanza di alloggi dignitosi; la  disgregazione del concetto stesso di famiglia; la perdita del senso della sacralità e dignità della vita umana; l’innocenza dei minori atrocemente violata, la condizione degli anziani spesso abbandonati al loro destino, dei giovani privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro, dei  numerosi poveri che popolano le nostre città; lo smarrimento negli occhi dei migranti che sono venuti qui in cerca di un futuro migliore; la violenza perpetrata in nome di Dio, lo scandalo delle nuove schiavitù, ‘delitto di lesa umanità’ (Papa Francesco). E’ possibile tra queste macerie e rovine dare spazio alla "gioia ricostruttrice" annunziata dall’angelo? E’ possibile aprire i cuori alla speranza che abbraccia un futuro vivibile?

6. Non voglio guastare la serenità natalizia, ma sottolineare l’incommensurabilità del  dono che ci è venuto dall’alto; quel dono che ci consente  di lasciarci conquistare dall’entusiasmo del profeta che ha detto a tutte le nostre miserie: "Prorompete in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo" (Is 52,9).

7. La gioia è possibile e, ci ha detto l’angelo, è alla portata di tutti: "Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo" (Lc 2,10). La gioia è possibile ed è offerta a chiunque ha il  cuore sincero. La gioia è possibile e ce l’ha recata dal cielo il Figlio eterno di Dio. Questa è la sostanziale "verità" del Natale, il suo senso recondito. Il segno per riconoscerla è inaspettato e sconcertante. "Questo è per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,12). Un bambino! Vale a dire, quanto di più debole, di più fragile, di più indifeso ci è dato di immaginare. Quel bambino è l’apparizione, tra le nostre mestizie, dell’ineffabile sorriso di Dio, che è capace di fugare e di vincere ogni dura e opprimente ragione di sfiducia e di abbattimento.

8. Sulla distesa infeconda della vicenda umana - così monotona e così ripetitiva di sciagure e di colpe - finalmente è apparso qualcosa di diverso e di nuovo: il Bambino che piu’ di duemila anni fa è nato a Betlemme è quasi il fiore che buca la neve e sboccia sul gelo sterminato, inizio di una primavera inarrestabile che alla fine ringiovanirà il volto della terra e trasformerà in giardino di letizia il deserto delle nostre tristezze e sarà la prima pietra di nuove costruzioni.


9. Il Signore ci conceda di ripartire da questa liturgia natalizia un po’ meno persi e distratti dietro i relativismi aridi, l’indifferenza individualista e il disincanto inconcludenti della cultura dominante, e un po’ più coerentemente e operosamente credenti. Così sia.

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