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Omelia nella Santa Messa di Ordinazione presbiterale di Antonio Minucci e Giuseppe Guarrera
Antica Cattedrale di Sovana, 28 giugno 2015
1. Siamo gioiosamente radunati in questo pomeriggio a celebrare nella nostra Antica Cattedrale  di San Pietro la Solennità degli Apostoli Pietro e Paolo, colonne della Chiesa, celebrazione impreziosita dall’ordinazione presbiterale dei carissimi diaconi Antonio e Giuseppe. Giorno solenne, giorno luminoso e lieto, ricolmo di gratitudine alla Trinità Santa che mai fa mancare pastori per il suo popolo. La celebrazione liturgica non è una cerimonia composta di parole e gesti di protocollo, ma un’esperienza viva del mistero della Santa Chiesa Corpo di Cristo e Popolo di Dio, esperienza che ci inserisce nella meravigliosa ed ineffabile comunione con gli angeli, la Madre del Signore, gli Apostoli e i santi che popolano il Paradiso. Santi Apostoli Pietro e Paolo non siete solo figure del passato, non siete le due grandi statue davanti alla Basilica di San Pietro o quelle della Nostra Cattedrale di Pitigliano che ci ricordano che ci siete stati!. Santi Apostoli Pietro e Paolo siete vivi, presenti qui con noi adesso, inseparabili come sempre tra voi e da noi. Autentici discepoli di Gesù avete dato tutto per testimoniare il Cristo, il Figlio del Dio vivente, per lui avete versato il vostro sangue: tutta la Chiesa dice a voi oggi quello che si legge in un graffito nelle Catacombe di San Sebastiano sulla Via Appia: ‘Pietro e Paolo pregate per Vittore’. Pietro e Paolo pregate per i cari diaconi Antonio e Giuseppe, per tutti  i fedeli della cara Diocesi di Pitigliano-Sovana-Orbetello, per la Chiesa tutta!  Pregate anche per il suo futuro pastore il nome del quale solo Dio conosce!

2. Sentendovi vivi e presenti qui con noi vorrei dirvi: fissate lo sguardo su Antonio e Giuseppe, dite loro una parola per il cammino della loro vita, per quel cammino che oggi inizia segnato dal dono del presbiterato e dicendola a loro ditela anche a noi.

3. Il primo a parlare è Paolo;  a Paolo piace studiare, parlare ed anche scrivere. Dalla Lettera ai Galati vi ricorda: Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia”! Davvero ciascuno di noi, ciascuno di voi è stato scelto dal seno materno e con la sua grazia vi ha chiamato all’ affascinante avventura di testimoniare e annunciare alle genti Gesù Cristo. La vita del presbitero è vita evangelizzatrice, è vita in statu missionis. Gridatelo sui tetti, opportune et importune, guai a voi se non annuncerete il Vangelo!

4. Poi si fa avanti Pietro: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Allo storpio presso la porta Bella queste sono le parole: e l’esito è la guarigione dello storpio; come non vedere in questa pennellata magistrale il senso del ministero presbiterale! Non possediamo grandi ricchezze. Siamo poveri uomini, medi, a volte mediocri: possediamo un solo tesoro, il  Nome di Gesù Cristo! La sua adorabile Persona ci ha afferrato, direbbe  San Paolo. Diciamo all’uomo storpio dalla nascita: alzati e  cammina. E’ un invito ad alzarsi dalla sua posizione autocentrata e a camminare nella fede. L’uomo ha bisogno, ferito dalla nascita dal peccato, di essere risanato dalla prigionia del suo io e del suo peccato. La missione del prete è quella del guaritore ferito: anche noi storpi dalla nascita siamo chiamati a guarire i fratelli tutti. "Non abbiate paura delle vostre ferite, dei vostri limiti, della vostra impotenza. Perché è con quel bagaglio che siete al servizio dei malati e non con le vostre presunte forze, con il vostro presunto sapere." (Frank Ostaseski). Jung parlava dell'archetipo del guaritore ferito, di colui che tiene in sè due poli opposti: il guaritore e il ferito. Penso alla figura mitologica di Chirone: un centauro figlio illegittimo di Crono e Fillira, immortale. Più saggio e benevolo di tutti i centauri fu grande esperto dell’arte medica e insegnante perfino di Asclepio, padre della medicina e di Eracle. Fu proprio per mano di quest’ultimo che Chirone incontrò la sua fine: a seguito della sua terza fatica, quella della cattura del cinghiale di Erimanto, Eracle fece visita al centauro Folo il quale offrì del vino all’eroe aprendo la giara dei centauri che si arrabbiarono e si lanciarono contro Eracle che li respinse e ne uccise alcuni; i centauri, per difesa, si rifugiarono nella grotta di Chirone che, ignaro di ciò che stava succedendo, si fece incontro all’amico Eracle nell’istante esatto in cui questo scagliò una freccia che andò a colpire per errore il ginocchio del centauro. Questa ferita inguaribile provocò molto dolore, e a nulla servirono i propri poteri autocratici al punto che il centauro sarebbe stato costretto ad una vita di sofferenza a causa della sua immortalità. Zeus, però, mosso da compassione, permise a Chirone di donare la sua immortalità a Prometeo salvandolo e salvando con lui tutti gli uomini. E’ proprio attraverso la sofferenza che Chirone impara l’arte della cura e a tenere sempre presente la propria ferita, che è simbolicamente lo spazio attraverso cui il dolore e la sofferenza possono entrare in lui. Come Chirone, così il il prete può comprendere la sofferenza e il bisogno dell’altro solo riconoscendo e integrando la propria sofferenza, non come debolezza o fragilità, ma come forza e strumento per poter lasciare entrare ed entrare in contatto con l’altro. Guai al prete sciamano/professore che pensa di possedere le tecniche e gli strumenti, le preghiere di guarigione e di liberazione per poter guarire l’altro, che possiede la verità dottrinale fredda ed intellettualoide, immune dalla sofferenza, infallibile! Un buon prete è un uomo ferito, che è entrato in contatto con la propria sofferenza e che ci ha “fatto i conti”, che l’ha affrontata, l’ha integrata, e da questa ferita ha trovato la via per prendere contatto compassionevole e misericordioso con le ferite altrui.

5. E Gesù che cosa ha da dirvi di particolare oggi: la pagina di Giovanni ci aiuta: Gesù affida a Pietro il ministero di pascere il gregge solo dopo la sua triplice attestazione di amore: “gli disse per la terza volta: ‘Simone di Giovanni, mi vuoi bene?. Pietro gli disse: ‘Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene’. Gli rispose Gesù: ‘Pasci le mie pecorelle...’”. Solo se si ama si pasce! cfr Sant'Agostino: «Sit amoris officium pascere dominicum gregem »(In Iohannis Evangelium Tractatus 123, 5: l. c.). Si Gesù vuole richiamarvi sulla carità pastorale che ha la sua sorgente specifica nel sacramento dell'Ordine e  trova la sua espressione piena e il suo supremo alimento nell'Eucaristia: «Questa carità pastorale - leggiamo nel Concilio - scaturisce soprattutto dal sacrificio eucaristico, il quale risulta quindi il centro e la radice di tutta la vita del presbitero, cosicché l'anima sacerdotale si studia di rispecchiare in sé ciò che viene realizzato sull'altare»(PO,14). La carità pastorale del sacerdote non solo scaturisce dall'Eucaristia, ma trova nella celebrazione di questa la sua più alta realizzazione, così come dall'Eucaristia riceve la grazia e la responsabilità di connotare in senso « sacrificale » la sua intera esistenza. Questa stessa carità pastorale costituisce il principio interiore e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse attività del sacerdote. Grazie ad essa può trovare risposta l'essenziale e permanente esigenza dell'unità tra la vita interiore e le tante azioni e responsabilità del ministero... Solo la concentrazione di ogni istante e di ogni gesto attorno alla scelta fondamentale e qualificante di « dare la vita per il gregge » può garantire questa unità vitale, indispensabile per l'armonia e per l'equilibrio spirituale del sacerdote.” (PdV). Il ministero del sacerdote, proprio perché è una partecipazione al ministero salvifico di Gesù Cristo Capo e Pastore, non può non riesprimere e rivivere quella sua carità pastorale che insieme è la sorgente e lo spirito del suo servizio e del suo dono di sé. Il ministero sacerdotale è « amoris officium »

6. Il vescovo Guglielmo che cosa ha da dirvi: tante cose avrei da dirvi…e tante ve lo ho già dette nei nostri colloqui. Amate la Chiesa e questa Chiesa e date il meglio di voi stessi senza risparmiarvi, accogliete con gioia e fiducia il nuovo pastore con il quale dovrete percorrere i primi anni del vostro ministero, vogliategli bene come ne avete voluto a me; tutto ora comincia e l’esercizio del ministero ricevuto sarà un’apocalisse, una rivelazione: verrà fuori davvero chi siete, non perché lo avete nascosto fino ad ora, ma perché questa è la logica della vita; i vostri pensieri, le vostre scelte, il vostro tratto, le cose che più vi stanno a cuore appariranno tutte: se avrete permesso allo Spirito Santo, Iconografo divino, di disegnare il vostro cuore a immagine del Cuore di Cristo Buon Pastore, questo si rivelerà: don Antonio e don Giuseppe sarete apocalissi di Cristo e non dei vostri sogni nel cassetto. Vi affido a Maria  Regina degli Apostoli e  Madre dei sacerdoti. I Santi Apostoli Pietro e Paolo, San Gregorio VII, San Mamiliano e San Paolo della Croce intercedano per voi sempre. Dio vi benedica e  buon cammino! Amen.

 

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