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Omelia Messa Crismale 2021


Nella liturgia della Messa Crismale le parole del profeta Isaia (61,1-3.6.8-9), dell’Apocalisse (1,5-8) e del Vangelo di Luca (4,16-21) vengono sempre proclamate in questa celebrazione, unica in tutto l’anno liturgico. Riascoltate ancora una volta, facciamo la felice esperienza di sentirle risuonare nel nostro spirito, perché sono testi a noi molto familiari e che dovrebbero piano piano costruire il nostro modo di pensare, formare la nostra mentalità attuando così le belle parole del Salmo tipico dell’ora media: «Lampada ai miei passi è la tua parola luce nel mio cammino» (119,105).
Certamente la consuetudine di ascoltare (o leggere) gli stessi testi può anche far correre il rischio di ingenerare la polverosa abitudine alla Parola, facendole perdere la sua vitalità nel nostro spirito, come accade un po’ sul terreno sassoso della parabola (cf Mc 4). O potrebbe, addirittura, far nascere la presunzione di conoscerla bene, di saperla già, di non aver più niente da ascoltare o da imparare: è un pericolo a cui, specialmente noi preti, possiamo andare soggetti più di altri.
Tuttavia esiste anche una buona abitudine, una abitudine virtuosa, che è resa tale dalla consuetudine della vita. Per noi cristiani, discepoli del Maestro, ascoltare la sua Parola dovrebbe tendere a diventare sempre più una gioiosa abitudine, senza ingenerare assuefazione e rendendo sempre il nostro cuore, la nostra mente e le nostre opere sempre nuovi e vivaci quanto entusiasti.
Dall’ascolto della Parola nasce poi la preghiera. Il Padre Nostro è l’esempio più eloquente e vero di questo cammino di ascolto e di preghiera: dalle labbra del Maestro alle nostre.
Vorrei quindi insieme con voi sottolineare tre parole che ritroveremo nelle preghiere che ora reciteremo sugli oli: sia la nostra risposta alla Parola ascoltata.
Benedizione dell’olio degli infermi:
«Quanti riceveranno l’unzione ottengano conforto nel corpo nell’anima e nello spirito e siano liberati da ogni malattia, angoscia e dolore».
Questo trinomio esortativo, spirito anima corpo, chiaro eco della fine della Prima lettera ai Tessalonicesi (cf 5,23), vogliamo qui considerarlo come indicante l’uomo in tutta la sua realtà. Allora tutto l’uomo deve ottenere conforto. Proprio in questo giorno, mediante la mia lettera pastorale, ho anche voluto rivolgere alla diocesi alcune riflessioni sulle opere di misericordia spirituale.
Desidero qui richiamare la stretta unione con le opere di misericordia corporale: non è possibile né tantomeno evangelico, dividere l’uomo tra i suoi bisogni spirituali e quelli materiali: l’episodio nella sinagoga di Nazareth ci insegna proprio questo.  Anzi è tutta la vita di Gesù che ci insegna questa verità: basti pensare al discorso sul pane di vita a Cafarnao (cf Gv 6), o l’incontro con la samaritana e l’acqua da bere, l’acqua per la vita eterna (cf Gv 4,5-42).
Scendendo nel particolare, in ogni comunità parrocchiale c’è la Caritas che è chiamata a svolgere un compito soprattutto educativo e di promozione, in stretta collaborazione con il Consiglio pastorale. In questo particolare momento storico la pandemia scatenata dal Covid ha sollevato problemi materiali e spirituali immensi e noi ne siamo dentro, come tutti, senza considerare l’incognita delle conseguenze prossime e soprattutto future. Non siamo separati: noi da una parte e gli altri dall’altra, noi i consolatori e dall’altra parte gli afflitti: lo abbiamo detto e sentito dire tante volte siamo tutti sulla stessa barca!  La sfida pastorale è proprio questa: riuscire ad accogliere e consolare mentre noi stessi abbiamo bisogno di essere accolti e consolati!
Ma, fratelli e sorelle, Gesù non si è forse comportato così? «Pur essendo di natura divina […] spogliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce» (cf Fil 2,8). Gesù ha dunque voluto mettersi nella nostra stessa barca… In questo senso anche la lettera agli Ebrei (2,18) si esprime con parole simili: «per essere stato messo alla prova. […] in aiuto a quelli che subiscono la prova».
Dall’olio dei catecumeni:
«Sostenuti dalla tua potenza assumano con generosità gli impegni della vita cristiana, fatti degni della adozione a figli gustino la gioia di rinascere e vivere nella tua chiesa».
Questa preghiera ci mette davanti al grave problema dei sacramenti della iniziazione cristiana. Tutti avvertiamo la problematicità dell’attuale prassi pastorale del battesimo dei bambini, del catechismo in vista della prima comunione e della cresima. La sfida pastorale consiste proprio nel trovare un equilibrio tra un “fideismo sacramentale” (sono doni di Dio, è bene dare piuttosto che negare… i sacramenti rivivono... non possiamo farci giudici della fede altrui…) e un “pelagianesimo sacramentale” che vede nei sacramenti quasi un premio per la fedeltà dimostrata.
Queste due posizioni estreme hanno entrambe la loro verità e i loro lati deboli: il nostro compito, cioè di tutta la comunità cristiana, è trovare una mediazione che non è data una volta per sempre, ma che tenga costantemente conto della persona concreta che ha davanti.
Tutti siamo nettamente convinti che non esiste più un terreno educativo comune in seno alle comunità, che si assumevano il compito dell’educazione cristiana e umana dei “propri” figli. Dobbiamo prenderne atto e insieme tirarne le conseguenze. Queste non possono essere iniziative di un singolo vescovo o di un singolo parroco, se non altro per l’estrema mobilità di oggi, ma di una riflessione che deve fare tutta la Chiesa. Credo che debba essere questo il primo argomento del futuro sinodo della Chiesa italiana.
Dal santo Crisma:
«Liberi dalla nativa corruzione e consacrati tempio della tua gloria spandano il profumo di una vita santa».
È la possibilità e il compito, con la grazia di Dio, di spargere il profumo di Cristo. Richiamo qui quanto ho scritto recentemente sui consigli pastorali parrocchiali.
È un criterio pastorale che ho così riassunto: vivere in pace con se stessi.
Vivere in pace per una serena accettazione dei propri limiti, umani e spirituali, e in una convinta richiesta di perdono per far crescere una vera autostima fondata sulla fiducia in Dio.
Chi testimonia e predica il vangelo, e lo dobbiamo fare tutti, è portatore di una bella notizia che non può essere diffusa con accenti negativi, con una predicazione amara, con il denunciare soltanto, o con il rovesciare su gli altri il proprio disagio interiore non per essere aiutati ma per imporlo quasi come metodo pastorale. È noto che l’acidità spirituale, la critica immotivata e corrosiva, l’insofferenza acuta e prolungata verso gli altri sono la spia di una sofferenza che non si riconosce come tale, non si vuole rimediare e nella quale il proprio vittimismo e narcisismo si trova a suo agio. Ben diversa è invece la critica fraterna e anche la denuncia profetica che cerca sempre di curare e guarire.
L’unzione crismale che fa splendere di gioia il nostro volto e che ha fatto riapparire sul volto dell’uomo la Sua luce gloriosa, irrobustisca la nostra fede e renda visibile la nostra gioia di essere cristiani. Un cristiano felice è sempre la migliore testimonianza che possiamo rendere alla bella notizia che è il vangelo. Questa liturgia ci fa vivere il mistero della Chiesa madre e vergine (prefazio del Battesimo) che genera il popolo sacerdotale, regale e profetico ci aiuti a ridire con gli apostoli Pietro e Paolo: «So di chi mi sono fidato» (cf 2Tm 1,12); «Signore tu sai tutto, tu sai che ti amo» (cf Gv 21).
Carissimi fratelli e sorelle, è con grande gioia che - sebbene in questa meravigliosa cattedrale siamo in numero esiguo a causa del Covid - porgo a tutti e alle vostra famiglie il mio più sincero augurio per una Santa Pasqua ricca di pace e di serenità.


Ultimo aggiornamento di questa pagina: 02-APR-21
 

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