CAMPO A CRACOVIA

Cracovia, Auschwitz, Częstochowa, Wadowice; un viaggio nel profondo della fede radicata nell’essere umano.

Auschwitz dove abbiamo visto le barbarie dell’uomo; quando la voglia di morire supera la speranza di restare in vita l’uomo non ha più dignità.

Częstochowa dove la fede sfida tutto e tutti, unico faro nel buio al quale tutti rendono grazie nei giorni di luce.

Wadowice, lì la normalità si è fatta strumento di costruzione al servizio di qualcosa di straordinario.

Cracovia, punto d’inizio e fine, collegamento perfetto e passaggio obbligato per conoscere la storia di fede che la Polonia ha da raccontare.

È paradossale poter pensare di parlare di fede ad Auschwitz-Birkenau, siamo scesi in profondità tra le carceri sotterranee del campo di concentramento di Auschwitz dove fu rinchiuso per 15 giorni San Massimiliano Kolbe.

Anche se l’intento dei campi nazisti era quello di provocare nell’essere umano la perdita totale di dignità a tal punto di preferire la morte alla vita, per San Massimiliano non fu così; in questo specifico caso Kolbe, oltre a cercare di essere prossimo agli altri internati, scelse di salvare un padre di famiglia da morte certa, dovuta alla selezione casuale di alcuni internati per punire la fuga di alcuni dal campo. Secondo la regola delle SS infatti per ogni fuggitivo dovevano essere puniti con la morte 10 prigionieri.

Kolbe pur non essendo tra i selezionati chiese di poter sostituire un padre di famiglia, per questo suo gesto fu punito con maggior durezza nel bunker della fame, una piccola cella chiusa dove non era concesso né mangiare né bere; lui resistette 15 giorni nei quali non smise mai di pregare, dimostrando ai tedeschi che la forza della preghiera superava le brutalità subire. Ma la testimonianza più bella Kolbe l’ha data poco prima di morire di fronte a colui che lo avrebbe ucciso con un’iniezione di fenolo al cuore dopo esser sopravvissuto alla fame dicendo queste parole che a distanza di anni sono ancora capaci di dare una luce diversa alla sofferenza subita: «L’odio non serve a niente, solo l’amore crea».

Altri resti e testimonianze ci hanno fatto riflettere su quanto anche in condizioni estremamente disumane la fede non si sia persa, ma anzi sia stata coltivata con forza; abbiamo visto alcune croci fatte con del legno nelle notti buie all’interno delle baracche del campo, dopo giornate intere di lavori forzati, con poco in pancia, con molta stanchezza addosso e con la paura di essere scoperti ed uccisi.

La voglia di affidarsi a Dio anche di fronte alla consapevolezza quasi certa della morte e la capacità di amare nonostante ciò che si è subito, questi sono i veri resti dell’olocausto che ha senso raccogliere e interiorizzare da un’esperienza di visita in un campo di concentramento.

Gli anni duri per la Polonia non finiscono e non iniziano con le barbarie naziste, la loro storia è stata sempre segnata da difficoltà che hanno sempre superato grazie alla loro determinazione e alla grande fede che ancora oggi gli contraddistingue. Per comprendere meglio questa loro caratteristica siamo andati in pellegrinaggio a Częstochowa luogo che dal 1382 custodisce l’effige della Madonna nera. All’interno del santuario si avverte un’atmosfera incredibilmente unica, toccando con mano quanto della difficoltà umana e spirituale sia stata portata ai piedi dell’immagine di Maria ma soprattutto di come attraverso miracoli e prodigi Maria sia stata aiuto e sollievo ad ogni pellegrino.

Persino l’icona mariana porta su di sé segni di violenza, infatti nel 1430 fu sfregiata da alcuni eretici ussiti e, benché l’immagine fu sottoposta a dei restauri, conserva ancora due segni nel volto, simbolo di resistenza del popolo polacco di fronte a coloro che hanno provato a sradicare la loro fede. l’attaccamento dei polacchi all’immagine della Madonna Nera è sempre stato sempre molto forte tanto che, durante l’invasione nazista fu nascosta per paura che venisse rubata, mentre sotto il regime comunista fu sequestrata in quanto simbolo di aggregazione, dopo un momento di tensione tra il regime e la Chiesa polacca. Nonostante ciò il popolo polacco non si è fatto intimidire e nel 1966 fu eseguita una processione con soltanto la cornice, questo a dimostrazione della caparbietà e della capacità di portare avanti i propri ideali.

Il santuario di Jasna Gora oggi è il vero centro della fede in Polonia, una piccola Lourdes, luogo di preghiera e di miracoli che ancora oggi vengono attribuiti all’intercessione della Madre di Gesù. È stata un’emozione indescrivibile vedere una folla così devota, a partire dai bambini che in silenzio assoluto, seppur piccoli si mettevano in ascolto di Dio e anziani che dopo l’Eucaristia scoppiavano in lacrime per la gioia dell’incontro sacramentale con Cristo. Si percepiva proprio un’estrema fedeltà, da qui probabilmente deriva la parola “fedeli”, dall’affidarsi totalmente e sinceramene, è un qualcuno che parla al nostro profondo.

Questa esperienza ci ha fatto riflettere su quanto sia radicata e profonda la fede, quanto può arrivare nel profondo il desiderio di Dio, a piena dimostrazione di ciò l’Apostolo Paolo scrive nella seconda lettera a Timoteo «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede».(2 Tm 4,7).

Dopo luoghi dove il rumore e l’eco di quello che vi è accaduto ha rimbombato nei nostri cuori, siamo giunti in uno spazio dove dominava silenzio e normalità. Wadowice è proprio questo: il luogo in cui Dio ha scelto una persona comune, come tante altre, per renderla parte di qualcosa di straordinario, ovvero San Giovanni Paolo II. Lì si trovano la sua casa d’infanzia, la sua parrocchia, i suoi primi abiti da operaio e da parroco, e persino l’abito che indossò la sera del 16 ottobre 1978, giorno della sua elezione a papa. Sebbene sia stato «chiamato da un paese lontano», la sua vicinanza alla gente e ai giovani lo ha portato a riempire le piazze di mezzo mondo. Umiltà, umanità e gioventù sono le tre parole simbolo del pontificato più lungo della storia recente della Chiesa. Non si tratta solo di parole, ma di veri e propri valori che Giovanni Paolo II ha portato sempre con sé, al punto che, appena eletto pontefice, disse: «Se mi sbaglio mi corrigerete». Questa celebre frase anticipava già quale sarebbe stato lo spirito del suo pontificato. Visitare i luoghi che lo hanno visto crescere ci ha fatto riflettere su come Dio scelga spesso la normalità e la semplicità per farne uno strumento con cui creare qualcosa di straordinario.

Infine, Cracovia è stata il collante e il punto di riflessione di questo straordinario pellegrinaggio. La sua posizione geografica l’ha da sempre legata a tutti gli altri luoghi visitati, permettendoci di comprendere in modo più approfondito la situazione sociale e religiosa del popolo polacco. Comprendere questo contesto ci ha aiutato a riflettere e ad attualizzare tutto ciò che avevamo visto alla luce di figure splendide di santità come san Massimiliano Kolbe, Santa Teresa Benedetta della Croce, san Giovanni Paolo II e santa Faustina Kowalska i quali hanno fatto della loro vita un Vangelo vivente all’insegna della misericordia e del perdono. Questo percorso ci ha lasciato un bagaglio importante: la consapevolezza di come poter cambiare, nel nostro quotidiano, la logica del «non è un problema mio», ossia quell’indifferenza che è stata la vera forza del nazismo. Abbiamo concluso l’esperienza comprendendo che Dio costruisce la santità nell’ordinario, non ci sottrae alle sofferenze, ma agisce dentro di esse; per questo motivo ci viene chiesto soltanto di rimanere, nonostante il dolore, e di lasciarlo operare. Perché rimanere significa amare.

Andrea Perugini

Membro dell’Equipe di Pastorale Giovanile e Vocazionale