Relazione di don Piergiorgio Paolini all’Assemblea del Clero

Gesù, il Maestro: una lettura di Matteo

Gesù, il maestro: una lettura di Matteo
Pitigliano, 10 febbraio 2011


1. La conclusione: Mt 28,16-20
16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
1.1. Gesù è il Signore: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». A lui appartiene tutto.
1.2. Tutti i popoli, di ogni tempo e di ogni luogo, stanno davanti a lui, sono suoi; perciò debbono essere introdotti nel discepolato: apparirà così chiaro che essi gli appartengono.
1.3. Ai discepoli è affidato il compito di introdurli nel discepolato in due modi convergenti: il battesimo «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», che proclama la loro appartenenza al Padre, al Figlio ed allo Spirito santo; «insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato», e quindi trasmettendo loro tutta la parola che i discepoli hanno udito da Gesù: essi donano quanto hanno ricevuto.
1.4. Tale azioni copre tutta la storia sino alla fine del mondo: il vangelo è la parola che deve accompagnare tutti i popoli a Gesù Signore.
1.5. L’azione che Gesù comanda ai discepoli si pone nel futuro: essa però attecchisce nel passato perché ai discepoli è chiesto di trasmettere tutto quello che Gesù ha insegnato loro. Questo significa che si può leggere Matteo come insegnamento di Gesù ai discepoli

2. Gesù, il maestro
2.1. Il vangelo di Matteo contiene cinque discorsi nei quali è presentato l’insegnamento di Gesù. Ogni discorso si conclude con parole simili: «quando Gesù ebbe terminato questi discorsi (alla lettera: queste parole» (7,28), «quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli» (11,1), «terminate queste parabole» (13,53), «terminati questi discorsi» (alla lettera: queste parole) (19,1).
2.2. La conclusione dell’ultimo discorso rimanda a tutti i precedenti e contemporaneamente introduce una prospettiva nuova: «terminati tutti questi discorsi (alla lettera: tutte queste parole), Gesù disse ai suoi discepoli: Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso» (26,1).
2.3. Utilizzando il criterio dell’insegnamento si può dividere il vangelo di Matteo in due parti diseguali: quella formata dai cinque discorsi, che terminano in 25,46, e quella rappresentata dal racconto della morte: anch’esso può essere letto come insegnamento di Gesù ai discepoli.
2.4. Ciò significa che i cinque discorsi contengono una linea pedagogica che deve mettere in grado i discepoli di essere a loro volta trasmettitori della parola di Gesù.

3. Il discorso del monte (5,1-7,28)
3.1. Lo sfondo del discorso è particolarmente solenne: Gesù seduto sul monte, le folle in distanza, i discepoli intorno a lui. Gesù «apre la bocca» per insegnare loro un’identità ed un comportamento nuovo.
3.2. La struttura del discorso è semplice: una introduzione (5,1-16), il corpo del discorso (5,17-7,12), ed una conclusione (7,13-27). L’introduzione, formata dalle beatitudini (5,1-12) e dall’indirizzo che identifica i discepoli («voi siete» in 5,13-16), rappresenta l’invito rivolto ai discepoli ad entrare in una prospettiva nuova. La conclusione si prolunga per porre dinanzi ai discepoli l’alternativa tra accogliere o rifiutare: porta larga e porta stretta (7,13-14), frutti buoni e frutti cattivi (7,15-23), casa sulla roccia o casa sulla sabbia (7,24-27).
3.3. L’ampio corpo del discorso ha tre parole chiave che ne indicano il contenuto: giustizia, regno, Padre. Le tre parole sono intimamente legate le une alle altre: l’agire giusto (la «giustizia») che Gesù indica ai discepoli ha come termine di riferimento il Padre ed è la caratteristica del regno dei cieli; si diversifica perciò da quello degli scribi e dei farisei (5,20), chiamati successivamente «ipocriti» (6,2.5.16), che invece è chiuso in se stesso e destinato a gratificare chi lo pratica.
3.4. Nella prima parte del discorso (5,17-48) la giustizia indicata da Gesù è rivolta principalmente agli altri ed è così formulata: «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (5,48). Si tratta di una «perfezione» determinata dal fatto che il Padre non fa distinzione tra buoni e cattivi ed a tutti dona indistintamente: l’agire del discepolo ha dunque la stessa caratteristica e si apre all’altro ad di là di ogni valutazione personale.
3.5. Nella parte successiva del discorso la giustizia si attua mediante atteggiamenti religiosi, vissuti in obbedienza alla volontà divina e che esprimono la relazione con Dio: elemosina, preghiera e digiuno (6,1-6.16-18). Il discepolo è chiamato a vivere tutto questo dinanzi al Padre e non dinanzi agli altri per esserne gratificato. Al centro dell’insegnamento vi è il «Padre nostro», la preghiera che definisce la relazione «giusta» e vera tra i discepoli ed il Padre (6,7-15).
3.6. L’attenzione si sposta poi sulle ricchezze e sulle garanzie che da esse derivano. Gesù propone come alternativa la fiducia nel Padre che si esprime nella ricerca della giustizia nuova che caratterizza il regno dei cieli (6,16-34).
3.7. Le alternative conclusive sono un pressante invito ad accogliere la parola di Gesù e ad edificare su di essa la propria vita.

4. Il discorso di invio (9,35-11,1)
4.1. Il contesto ha tre elementi: 1. Le folle: «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». 2. La richiesta della preghiera ai discepoli. 3. La scelta dei dodici per inviarli due a due.
4.2. Il discorso presenta un certo sviluppo: vv. 5-15 disposizioni di invio; vv. 16-23 la persecuzione conseguente all’invio; vv. 24-33 la testimonianza fedele da dare a Gesù; vv. 34-39 l’adesione a Gesù; vv. 40-42 il discepolo porta Gesù.
4.3. Il punto fondamentale del discorso è l’annuncio: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino» (10,7). Esso è accompagnato dai miracoli che ne manifestano la presenza operante: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (10,8). Esso richiede anche di affidarsi ad esso e quindi di non predisporre nulla per il viaggio di annuncio.
4.4. Questo annuncio viene portato nel nome di Gesù: nella sua persona il discepolo porta il maestro.

 Ne nasce una esigenza: quella di una adesione totale alla persona di Gesù; essa viene espressa con queste parole: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (10,37-38).
 Nasce anche come conseguenza la persecuzione: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (10,22).
4.5. Accogliere l’annuncio portato dal discepolo significa accogliere Gesù stesso e colui che lo ha mandato: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (10,40).

5. Il discorso delle parabole (13,1-53)
5.1. Questo discorso ha due destinatari che sono le folle ed i discepoli. Alle prime parla solo in parabole mentre ai secondi dà la spiegazione, aggiungendo successivamente altre parabole.
5.2. Il contesto è ancora quello della folla a cui Gesù indirizza il suo insegnamento in parabole: «Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole» (13,1-3)
5.3. Gli elementi fondamentali del discorso sono due: uno è la forma parabolica dell’insegnamento, l’altro è il suo contenuto riguardante il regno dei cieli ed il suo dinamismo.
5.4. Vengono date due spiegazioni a riguardo dell’uso della parabola.

 È un racconto che chiede spiegazione; se questa non viene data esso rimane enigmatico. Gesù parla in parabole per evidenziare il fatto che comprendere la parola di Dio è anzitutto dono che chiede l’adesione di colui che ascolta, chiede che «chi orecchi per ascoltare, ascolti» (13,9.43).
 Gesù parla in parabole perché attraverso questa forma letteraria egli può manifestare «le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo» (13,35). Qui si evidenzia il contenuto delle parabole, in grado di rivelare il disegno di Dio nel suo manifestarsi e svilupparsi sino al compimento.
5.5. Il tema fondamentale è quello del regno dei cieli: «l regno dei cieli è simile a ‘». Le immagini che servono a descriverlo sono diverse: il seme, il campo, il lievito, il tesoro, la perla, la rete da pesca. Attraverso le immagini si descrive quello che potrebbe essere chiamato il dinamismo del regno:

 Il suo inizio: il seme gettato, il lievito messo nella pasta.
 Il suo sviluppo: il seme che cresce, la pasta che fermenta, la rete che prende i pesci
 L’accoglienza che esso chiede: è un tesoro per possedere il quale è necessario vendere tutto.
 Il compimento: la separazione del grano dalla zizzania, dei pesci buoni dai pesci cattivi.
5.6. Ai discepoli è fatto il dono della conoscenza dei «misteri del regno» ma è necessaria la loro risposta attraverso la comprensione: «avete compreso tutte queste cose?» (13,51).

6. Il discorso dei piccoli e dei fratelli (18,1-35)
6.1. L’avvio del discorso è dato da una domanda dei discepoli: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?» (18,1). Essa rivela la concorrenzialità che è presente all’interno del gruppo dei discepoli e che si manifesta anche altre volte (vedi 20,25-28).
6.2. I vv. 3-5 contengono la risposta di Gesù: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me». Nella risposta sono contenute due cose:

 La disponibilità ad essere «poveri in spirito» attraverso un processo di conversione e diventare «come» un bambino, ovvero « farsi piccolo (ταπεινώσει ἑαυτὸν) come un bambino».
 Colui che si è incamminato per questa via diviene portatore di Gesù, lo porta in se stesso.
6.3. La posizione unica dei «piccoli» nei confronti del mondo e nei confronti del Padre è espressa nei vv. 6-14: essi divengono criterio di giudizio del mondo e sono custoditi dal Padre.
6.4. La seconda parte del discorso scivola dai «piccoli» ai «fratelli» che altro non sono se non in piccoli in relazione tra di loro. Tre aspetti caratterizzano la relazione dei piccoli tra di loro come fratelli:

 La preoccupazione del bene dell’altro attraverso la correzione: «guadagnare il fratello».
 La presenza di Gesù in mezzo a loro: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (18,20).
 La disponibilità al perdono nei confronti del fratello.
7. Il discorso della vigilanza e dell’attesa
7.1. L’ultimo discorso ha ancora come destinatari i soli discepoli. Esso prende l’avvio dal tempio di Gerusalemme del quale Gesù annuncia la fine: «In verità io vi dico: non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta». La continuazione si ha sul monte degli Ulivi con la domanda dei discepoli: «Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» (24,3).
7.2. Sono tre le cose intorno a cui si sviluppa il discorso: la fine del tempio e dell’economia che si muoveva intorno ad esso, la venuta di Gesù in quanto Figlio dell’uomo nella gloria, la fine del mondo. I vv. 4-31 descrivono la progressione verso il compimento: «vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria» (24,30). In questa progressione piuttosto drammatica vi è un punto fondamentale da sottolineare: «Questo vangelo del Regno sarà annunciato in tutto il mondo, perché ne sia data testimonianza a tutti i popoli; e allora verrà la fine» (24,14). L’annuncio del vangelo del regno percorre tutta la storia sino al suo compimento e porta ala manifestazione del Figlio dell’uomo.
7.3. A partire da 24,32 sino a 25,30 il discorso si concentra sull’atteggiamento dei discepoli. La venuta del Figlio dell’uomo è ignota per cui l’atteggiamento che essi debbono tenere è quello della vigilanza: «vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (24,42); «anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo» (24,44); «vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (25,13).
7.4. L’esortazione è arricchita da tre parabole: una presente anche negli altri vangeli e due specifiche di Matteo. La prima è quella del servo che, approfittando del ritardo del padrone, trae vantaggio dalla sua responsabilità. La parabola delle vergini è centrata sull’olio che è necessario per mantenere accesa la lampada e così poter incontrare lo sposo che viene dopo le nozze. Quella dei talenti è invece centrata sui beni che il padrone ha lasciato ai suoi servi e che essi debbono mettere a frutto. Alla luce di queste parabole la vigilanza si attua nel custodire l’olio che alimenta la lampada e nel mettere a frutto quanto il padrone ha lasciato. Cosa sia l’olio e cosa siano i talenti risulta chiaro dal confronto con gli altri discorsi: quanto Gesù ha insegnato ai discepoli deve alimentare la loro vita e deve essere messo a frutto a bene di tutti (l’annuncio del vangelo del Regno).
7.5. La visione conclusiva del re che viene per il giudizio di tutti i popoli: sono i popoli a cui Gesù ha mandato i suoi discepoli perché annunciassero loro il vangelo; ora essi sono giudicati sulla base della sua parola e dell’accoglienza ai piccoli che la portavano nel suo nome.

8. Il cammino contenuto nei discorsi
8.1. I cinque discorsi hanno una loro progressione. Si parte dalla dimensione costitutiva rappresentata dal primo discorso; il passo successivo è dato dall’invio a portare la parola del regno: la parola accolta deve essere anche donata. Il terzo discorso si concentra sulla parola e sul suo contenuto: il regno che viene annunciato. Il quarto si ferma sull’identità di coloro che portano la parola e sulla relazione di fraternità che sussiste tra di loro. Con il quinto si sfocia nella prospettiva della venuta del Figlio dell’uomo e su quale deve essere l’atteggiamento dei discepoli: sono vigilanti custodendo la parola e mettendola a frutto. Si può però tentare una lettura più unitaria partendo proprio dal tema della parola: nella misura in cui essa è accolta introduce al suo proprio dinamismo ed alla sua vitalità; se invece è rifiutata essa si vela e si allontana progressivamente.
8.2. Vi sono alcune condizioni che predispongono all’ascolto della parola:

 Vendere tutto per possedere il regno.
 Poveri in spirito.
 Farsi piccolo come un bambino.
 La coscienza del dono: «a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli» (13,11).
8.3. La parola chiede un ingresso progressivo nella dimensione esistenziale.

 Ascoltare è il punto di partenza ma da solo non basta.
 Comprendere (13,13ss.19.23.51) è l’atto attraverso il quale la parola viene assunta e fatta propria.
 Mettere in pratica (7,24.26)
 Portare frutto (13,23).
8.4. Cosa consegna la parola

 Rivela il modo di comportarsi che l’appartenenza al regno richiede: la giustizia
 Apre al Padre ed alla relazione con lui
 Porta ad una relazione stretta con Gesù: amare Gesù più del padre e della madre; testimoniarlo.
 Stringe in una relazione di fraternità
 Rende vigilanti nell’attesa della venuta di Gesù: l’olio.
8.5. Donare la parola: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze (10,27).
 I talenti messi a frutto.
8.6. Le rotture che si possono produrre nel processo:

 La parola è solo ascoltata ed è perciò portata via
 Manca l’olio
 Il talento non è messo a frutto
8.7. Complessivamente: una parola accolta, che trasforma intimamente e mette in grado di consegnarla ad altri per introdurli nella stessa esperienza. Il dono accolto è a sua volta donato.